Tobia e il senso delle cose

Il suo pelo si è fatto grigio. Stamani, nella leggera nebbia che avvolge il cortile dei nonni, fatico quasi a distinguere la sua sagoma distesa accanto al salice. 

Eppure so che mi guarda, la coda che si muove impercettibilmente. 

Si chiama Tom. Così l’ha chiamato mio nonno, con il quale ha trascorso buona parte della sua vita.

Lo conosco da quando ero ragazzino. Ricordo che dovevo stare attento a non sfrecciargli accanto in bicicletta, se non volevo che mi inseguisse.

Ne avevo un po’ paura, lo ammetto , da quella volta che mi aveva afferrato i pantaloni mentre correvo… Quante volte attraversando il cortile, per una briciola di secondo, il mio cuore è rimasto sospeso… Eppure, anche se “mi aveva scambiato per un paraurti” come diceva mio nonno, l’ho sempre trovato vagamente simpatico nel suo essere così sgangherato. Testa da cane da caccia, corpo da mancato levriero, coda a punto interrogativo. Pure il colore del pelo è sempre stato indefinito, a macchie non circoscritte, leggermente arricciolate. Mio nonno l’aveva preso sotto la sua ala. Di cani ne erano passati tanti per la sua azienda agricola, ma con Tom è stato da subito diverso…Con lui “ci si intendeva a meraviglia”, così diceva. Mio nonno era un uomo di poche parole. Sempre indaffarato. Per nulla avvezzo a carinerie ed effusioni. Viveva la campagna come se ogni giorno fosse l’ultimo, come se la riuscita di una intera stagione dipendesse da quel che compiva in quel singolo giorno. 

Forse per questo aveva bisogno di un compagno che ne intendesse l’intenzione dal solo sguardo, dal solo essergli accanto. 

E nessuno, era chiaro a tutti, ci riusciva come Tom, presenza costante e silenziosa. Niente coccole o giochi condivisi, ma una relaziona ridotta all’essenziale… un fischio e la certezza che con lui tutto sarebbe filato dritto. 

Un legame profondo verrebbe da dire, ma segnato dalla cultura contadina. Un legame fatto di avanzi di cena e di una vecchia cuccia nel cortile o un angolo del fienile nelle notti più fredde. Mai si sarebbe sognato di farlo entrare in casa, mio nonno. 

Qualcuno, con la sensibilità di oggi, potrebbe dire che quelle fossero condizioni al limite del consentito.

Ma a conoscerli più da vicino quei due stavano bene così, compagni di una vita che era spesso dura, per entrambi. 

Mia nonna diceva sempre che le loro anime si erano trovate.

Poi mio nonno si è ammalato. Una malattia durata poco, ma che ha offerto a tutti i famigliari il modo di vederlo appassire velocemente in giornate inoperose e soffrire più di questo stallo che dei dolori della carne. Nelle lunghe giornate trascorse a letto, regnava un silenzio assoluto. Ai saluti di noi famigliari che lo andavamo a trovare rispondeva con poche parole e uno sguardo un po’ vuoto. 

Non un desiderio, non una richiesta, non una lacrima. 

Tobia in quei giorni restava in cortile senza allontanarsi, sebbene altri uomini cercassero di sostituire il nonno nel lavoro nei campi. 

Pareva dimagrito e sciupato pure lui. 

Lo sguardo di chi ha perduto qualcosa di caro. Un cane ombra. 

Poi un giorno qualcuno, sbadatamente, ha lasciato aperta la porta di casa. 

Quando sono arrivato per vedere come stesse il nonno, sono entrato  e… sono rimasto a bocca aperta. Tobia era accucciato accanto al suo letto. E mio nonno piangeva.  Con le guance rigate di lacrime mi ha guardato, mi ha teso la mano e mi ha detto “trova la tua strada e vivila fino alla fine dei tuoi giorni”. 

Nel suo sguardo ho trovato una morbidezza che non dimenticherò. 

Parlammo un po’, lasciando la superficie delle cose per toccare ciò che ci stava più a cuore. Quando tornai a casa, Tobia, forse intendendo un suo sguardo, mi seguì in cortile. 

Quelle lacrime erano state un piccolo miracolo, quello di un sole insospettato e caparbio che nelle prime giornate di primavera scioglie il terreno ghiacciato dall’inverno. E Tobia, ne sono certo, ne era stato l’artefice.

Lo videro anche gli altri della famiglia, perché nei due giorni che seguirono il nonno ebbe parole e sorrisi per tutti. Una sorta di riappacificazione con la vita. Il giusto comitato. 

Morì nel sonno. 

Tobia non tornò al suo letto.

Pareva aver assolto in quell’unico momento il suo compito. 

Ora che sono passati alcuni giorni lo osservo e il suo sguardo è sereno. 

A tratti pare proprio che mi cerchi quello sguardo. 

Sto pensando di adottarlo e, all’idea, mi sento addosso una strana euforia, quella di bambino che sta per aprire un meraviglioso pacchetto sotto un albero di Natale. Non importa se la carta da pacco in questo caso è ingrigita e anche un po’ sciupata. Sento che all’interno c’è qualcosa di importante, qualcosa che parlerà al mio cuore. Per questo credo che lascerò la porta aperta questa sera: è forse arrivato il momento di vivere la nostra storia caro Tobia…

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